Vi racconto io la vita di un collaboratore de La Nazione
Proprio oggi, via mail, mi è arrivato l'atteso cedolino delle collaborazioni del mese di maggio. Il primo dopo i tagli delle tariffe. Risultato: 55 pezzi pubblicati, per un totale di 265 euro lorde.
Ora mi chiedo: ma quanto guadagna in un mese un clochard che sta seduto su un marciapiede fingendo di avere otto figli e una gamba amputata? E un lavavetri? Sto infatti pensando che sarebbe molto più semplice fare tali scelte invece di continuare con questa vita da sfruttato. "Sfruttato" perché a questo punto il termine "precario" non credo sia più consono.
E il problema non finisce qui. Infatti il mio caso, come credo quello di numerosi altri giovani che si affacciano in questo mondo dove le parole rispetto umano, professionalità, meritocrazia eccetera non esistono proprio, si compie mentre sulle pagine dei giornali si sventolano le bandiere di battaglie per un mondo migliore e si parla sempre di giornale verità.
E la colpa di tutto questo, se si può parlare di colpa, non dobbiamo scaricarla interamente sui nostri editori, perché il "cancro" del nostro settore nasce dentro la casta dei giornalisti: ben stipendiati e che, prendendo spunto da Mazzarò di Verga, si tengono stretti e ammucchiano tutti i privilegi. Guai a toccarglieli, altrimenti si invocano scioperi e scioperetti, per la dignità della professione.
Ma poi in redazione cosa accade? Spesso questi giornalisti che si credono scienziati della comunicazione, scaldano la scrivania e alla fine di una giornata riescono a scrivere al massimo dieci titoli, mentre i collaboratori sgobbano da matti, dal lunedì alla domenica giorno e notte, recuperando notizie di ogni genere, incidenti, rapine, foto di morti, tabellini di dieci partite ogni domenica, conferenze stampa.
In pratica un lavoro che comporta un impegno quotidiano di almeno nove-dieci ore, nella normalità. E se di notte ci scappa il morto, ti dimentichi anche di dormire.
Tutto per 265 euro mensili, senza una possiblità di un percorso professionale, senza una considerazione concreta (spesso dobbiamo accontentarci di un "bravo"). E quando si inizia a chiedere di valutare la nostra posizione, per eventuali contratti a termine o per articoli 12, cala il silenzio più totale, mentre ti vedi sorpassare in un soffio da perfetti sconosciuti che del giornale non conoscono nemmeno il numero delle pagine, ma chissà quanti santi in Paradiso li proteggono.
Insomma, questa è la mia storia, quella di un collaboratore de "La Nazione" che da quasi dieci anni sgobba fra nera, giudiziaria, sport e chi più ne ha più ne metta, pubblicando pezzi sia sulle pagine regionali che nazionali con storie e fatti spesso in esclusiva, riuscendo a ricavare soltanto uno stage di dodici mesi, che in effetti è stato uno stage simulato, visto che, finito il periodo, mi sono ritrovato a fare il collaboratore come dieci anni fa. Con le tariffe tagliate.
E i colleghi giornalisti che mi hanno sempre spinto a continuare, che se non mi presento in redazione anche solo per un giorno mi telefonano chiedendomi notizie, cosa fanno? Niente. Niente di niente. Si limitano a dire: "Non mollare, sei nato per fare questo mestiere".
Proprio oggi, via mail, mi è arrivato l'atteso cedolino delle collaborazioni del mese di maggio. Il primo dopo i tagli delle tariffe. Risultato: 55 pezzi pubblicati, per un totale di 265 euro lorde.
Ora mi chiedo: ma quanto guadagna in un mese un clochard che sta seduto su un marciapiede fingendo di avere otto figli e una gamba amputata? E un lavavetri? Sto infatti pensando che sarebbe molto più semplice fare tali scelte invece di continuare con questa vita da sfruttato. "Sfruttato" perché a questo punto il termine "precario" non credo sia più consono.
E il problema non finisce qui. Infatti il mio caso, come credo quello di numerosi altri giovani che si affacciano in questo mondo dove le parole rispetto umano, professionalità, meritocrazia eccetera non esistono proprio, si compie mentre sulle pagine dei giornali si sventolano le bandiere di battaglie per un mondo migliore e si parla sempre di giornale verità.
E la colpa di tutto questo, se si può parlare di colpa, non dobbiamo scaricarla interamente sui nostri editori, perché il "cancro" del nostro settore nasce dentro la casta dei giornalisti: ben stipendiati e che, prendendo spunto da Mazzarò di Verga, si tengono stretti e ammucchiano tutti i privilegi. Guai a toccarglieli, altrimenti si invocano scioperi e scioperetti, per la dignità della professione.
Ma poi in redazione cosa accade? Spesso questi giornalisti che si credono scienziati della comunicazione, scaldano la scrivania e alla fine di una giornata riescono a scrivere al massimo dieci titoli, mentre i collaboratori sgobbano da matti, dal lunedì alla domenica giorno e notte, recuperando notizie di ogni genere, incidenti, rapine, foto di morti, tabellini di dieci partite ogni domenica, conferenze stampa.
In pratica un lavoro che comporta un impegno quotidiano di almeno nove-dieci ore, nella normalità. E se di notte ci scappa il morto, ti dimentichi anche di dormire.
Tutto per 265 euro mensili, senza una possiblità di un percorso professionale, senza una considerazione concreta (spesso dobbiamo accontentarci di un "bravo"). E quando si inizia a chiedere di valutare la nostra posizione, per eventuali contratti a termine o per articoli 12, cala il silenzio più totale, mentre ti vedi sorpassare in un soffio da perfetti sconosciuti che del giornale non conoscono nemmeno il numero delle pagine, ma chissà quanti santi in Paradiso li proteggono.
Insomma, questa è la mia storia, quella di un collaboratore de "La Nazione" che da quasi dieci anni sgobba fra nera, giudiziaria, sport e chi più ne ha più ne metta, pubblicando pezzi sia sulle pagine regionali che nazionali con storie e fatti spesso in esclusiva, riuscendo a ricavare soltanto uno stage di dodici mesi, che in effetti è stato uno stage simulato, visto che, finito il periodo, mi sono ritrovato a fare il collaboratore come dieci anni fa. Con le tariffe tagliate.
E i colleghi giornalisti che mi hanno sempre spinto a continuare, che se non mi presento in redazione anche solo per un giorno mi telefonano chiedendomi notizie, cosa fanno? Niente. Niente di niente. Si limitano a dire: "Non mollare, sei nato per fare questo mestiere".
(da "Il Barbiere della Sera", citato da Quelo su Reality House)
postato da: zerocinque alle ore 13:12 | Permalink | commenti (10)
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